martedì 7 febbraio 2012

VASCO 60

Oggi Vasco compie sessant'anni.
Per me non so, rimarrà sempre e solo Vasco, senza aggettivi e soprattutto senza età. Però è innegabile che un giorno del genere sia un'occasione di riflessione.
Leggiucchiando qua e là su internet leggo molti che ricordano il loro primo incontro con la musica di Vasco.

Ecco, io non lo ricordo. Come se fosse sempre stato qui. Ricordo mio padre che cantava Albachiara accompagnandola con la chitarra, e poi ovviamente ricordo la VHS di Fronte del Palco (memorabile) e i vinili di Cosa succede in città e altri, ascoltati fino a consumare la puntina, o la cassetta di Bollicine. Però a quel punto Vasco già c'era. Non ricordo da quando, ma in fondo "va bene così".

Vasco per me vuole anche dire comunione estrema con alcune persone. Un verso canticchiato, o anche solo recitato, e uno sguardo che dice tutto. Al mare, ritrovarsi dopo un anno in cui non si è saputo niente l'uno dell'altro e scoprire che non importa quello che è stato, Vasco ci unisce ancora e sempre.
Anche oggi, adulta, scoprire che una persona ama Vasco me la rende simpatica già in partenza, prima ancora di conoscerla.

Uno che si è sempre fatto i cazzi suoi, pure troppo a volte.
E come si dice, chi si fa i cazzi suoi campa cent'anni.

Auguri Vasco!

venerdì 3 febbraio 2012

Setsubun, ovvero come scacciare i demoni


Oggi è setsubun! Una festa che per i bambini vuol dire scatenarsi lanciando fagioli secchi contro i demoni (e per le mamme vuol dire trovare fagioli sotto il divano o dietro i mobili fino al setsubun successivo).
In realtà l'origine della festività è un'altra. Oggi infatti, secondo il calendario lunare su cui si basano gran parte delle festività tradizionali giapponesi, ricorre l'inizio della primavera (che fuori ci siano meno cinque gradi, lasciatemelo dire, è un trascurabile dettaglio). E l'inizio della primavera, in tutte le culture a memoria d'uomo, è soprattutto UN NUOVO INZIO. Per questo per cominciare l'anno come si deve bisogna innanzitutto scacciare i demoni. E quale metodo migliore di tirar loro fagioli secchi?
E così facciamo, al grido di "Oni wa soto! Fuku wa uchi!" (cioè fuori i demoni e dento la felicità). Poi è di rito mangiare tanti fagioli secchi quanti sono i propri anni (in alcune zone del paese se ne mangia uno in più, per augurare felicità).
In molti templi e santuari del paese oggi si terranno delle celebrazioni per il setsubun, e io non vedo l'ora di seguirne qualcuna per televisione: in molti di questi ci saranno anche i sumo-san, i lottatori di sumo, sempre una grande attrazione per grandi e piccini!

mercoledì 1 febbraio 2012

A proposito di ius soli

In realtà non è che c'entri molto, ma vorrei raccontare l'avventura in cui siamo incorsi alla nascita di Yui. Siamo incorsi in questa avventura, per di più, inconsapevolmente, e ne siamo venuti a conoscenza solo quasi tre anni dopo. Ma cominciamo dall'inizio.
Yui nasce a Torino da madre italiana e padre extracomunitario, quindi secondo la legge ottiene (o dovrebbe ottenere) automaticamente la cittadinanza italiana. In seguito alla denuncia di nascita presso la rappresentanza diplomatica giapponese più vicina (nel nostro caso il consolato di Milano) ottiene anche quella giapponese. E facciamo tutto secondo le regole: entro tre giorni dalla nascita Shinji la va a registrare all'anagrafe dell'ospedale, e entro tre mesi va a Milano per registrarla in Giappone.
Poi, due anni quasi tre dopo, ormai viviamo in Giappone, torno con Yui a Torino (Shinji rimane qui) e per scrupolo, dovendo fare alcune cose (che non ricordo) all'anagrafe decido di chiedere un certificato di nascita di Yui, perché magari mi servirà quando dovrò farle il passaporto.
E la signora al di là del vetro mi dice "Guardi, sua figlia non mi risulta esistere".
Prego?
Eh, non l'avevano registrata come italiana ma solo come extracomunitaria. Un erorrino di trascrizione, non so. Comunque.
Siccome io per principio non mi arrabbio mai, decido di chiedere solo come risolvere la situazione. Mi mandano alla registrazione nascite. Ma ormai la nascita è troppo "vecchia", la documentazione è stata spostata in archivio.
Oddio, l'archivio.
Mi viene in mente quella scena di "Le dodici fatiche di Asterix" in cui Asterix e Obelix devono ottenere un "lasciapassare A38".
Per fortuna, una signora molto gentile risolve la situazione in modo del tutto illegale, cioè saltando mille passaggi e autorizzazioni, praticamente "a mano", ma almeno la risolve, alla faccia della burocrazia. Menomale che non mi hanno chiesto la firma del padre per qualcosa perché Shinji, come ho già scritto più su, era rimasto in Giappone.
Insomma una brutta avventura.
Mi è stato poi consigliato di fare un documento a Yui (ho fatto la carta d'identità) perché "non si sa mai". Cioè, per pararsi da eventuali altri errori di cui ancora non siamo a conoscenza?

martedì 6 dicembre 2011

C'è posta (unta) per te

Qualche giorno fa suonano alla porta.
(vabbè la faccio breve)
E' il postino, costernato. Mi spiega che ci sarebbe un pacco per me, ma che è arrivato a Narita già tutto unto! Gli adetti di Narita l'hanno aperto per cercare di risolvere il problema, ma purtroppo me lo deve consegnare unto. Mi spiega anche che essendo un pacco di posta ordinaria non me lo possono risarcire (con delle bottiglie di vino rotte per colpa non loro, ma spedite tramite, credo, raccomandata, mi avevano infatti ripagata).
Me lo consegna, unto, ma perfettamente avvolto in un sacchetto di plastica trasparente.

Sinceramente non ho voglia di ungere tutta la casa ma siccome so cosa contiene e non posso resistere lo apro.
E vi trovo, nell'ordine:
- un sacchetto di plastica trasparente chiuso con un pezzetto di nastro adesivo contenente un barattolo di pomodori secchi sott'olio fatti in casa (i colpevoli)
- un sacchetto di plastica anche questo chiuso con dentro un pacchettino pre Yui, abbastanza unto ma per fortuna solo di fuori
- un sacchetto di plastica (chiuso eh?) con dentro un sacchetto di plastica con dentro degli amaretti morbidi
- due sacchetti di plastica con dentro un foglio di giornale ciascuno che in passato erano evidentemente stati accartocciati, ma ora lisciati
- due sacchetti di plastica con dentro uno strappo di scottex ciascuno, completamente imbevuti d'olio

E che dire, m'è dispiaciuto un sacco per quei poveracci di Narita. Mi sono immaginata la scena:
IMPIEGATO 1: dai, non dire cazzate, questo è un foglio di giornale che hanno messo per tenere fermo il tutto.
IMPIEGATO 2: che ne sai che non è un articolo importantissimo di politica interna che le hanno mandato perché qui è tagliata fuori dal mondo? Mettiti i guanti e liscialo. Anche quell'altro
IMPIEGATO 1: uff...

mercoledì 9 novembre 2011

I dolci di Zia Franca

Zia Franca, che era la padrona di casa e che abitava al piano superiore con Nonno Gigi (questa cosa da bambina mi è sempre sembrata strana: com'è che una Zia è sposata con un Nonno?) preparava, per quanto mi ricordi, tre dolci: il budino, il gelato e le meringhe.
Il budino non mi è mai piaciuto. Color caffelatte, il gusto l'ho dimenticato. Chissà perché non lo faceva al cioccolato.
Il gelato era anche lui strano. Lo faceva non so come, ma c'entrava la vanillina, nelle sue piccole bustine. Poi lo metteva nella ghiacciaia e lui diventava una specie di semifreddo. Con l'arrivo del frigorifero nuovo, il gelato è però scomparso dal repertorio di Zia Franca. Non veniva più bene. Maledetto frigo nuovo.
E poi c'erano le meringhe. Che, indovinate?, non erano meringhe normali. Eh no. Erano chiare d'uovo con lo zucchero (e fin qui ci siamo) cotte nel latte e ricoperte da una salsa di cioccolato. Purtroppo non le faceva spesso, ma erano di una bontà straordinaria.

Stamattina ho provato a rifarle. Le meringhe sono venute benissimo. Sulla salsa però non avevo indizi e ho ripiegato su del cioccolato al latte grattugiato. Ecco, è un'altra cosa.

Indizi cercansi.

martedì 8 novembre 2011

Mammitudini e latitudini

Questo post su Genitoricrescono mi ha fatto pensare in modo più approfondito a com'è essere mamma qui, in un paese che non è il mio. Perché è vero che siamo tutte mamme allo stessso modo e ognuna è mamma a modo suo, ma lo è anche in virtù della cultura in cui è nata, e in parte anche della cultura in cui vive. Diciamo che chi vive in una cultura che è diversa da quella in cui è nata ha la fortuna/possibilità di prendere il meglio di entrambe. Sempre che ne sia capace.
La prima cosa che salta agli occhi qui in Giappone è che le donne con figli sono soprattutto mamme. Molte scelgono di smettere di lavorare almeno fino a quando tutti i figli non vanno alle elementari. Baby sitter non ne ho mai viste (tranne che tra gli stranieri). Insomma, fai un figlio (o anche due, o tre) e poi te lo guardi. Sempre. Da sola.
La partecipazione della mamma alla vita del figlio, anche in età scolare, è straordinaria: nelle scuole organizzano eventi per cui le madri si devono fare in quattro per cucire costumi, organizzare fiere, bazaar e chi più ne ha più ne metta (io per la cronaca ho il terrore che arrivi quel giorno).
Insomma, in tante cose si capisce che mamma e bambino sono una cosa "più unica" che da noi (forse anche perché il padre lavora da mattina a sera e partecipa meno, per forza di cose?).
Ad esempio, è assolutamente normale che le madri dormano con i figli, e molto spesso senza il compagno. Tutto questo ovviamente perché è più comodo sia per le poppate notturne (l'allattamento al seno è molto sostenuto), nonché per il papà che evita di svegliarsi duecento volte di notte, visto che la mattina si deve alzare per andare al lavoro. Non so a che età un bambino venga messo a dormire nella sua stanza (se ce l'ha, molte case giapponesi sono parecchio piccole), ma quando dico che Yui dorme da sola alla veneranda età di tre anni tutti mi guardano con quegli occhi che, tradotti, dicono "eh be', perché è straniera".
Poi ci sono tante altre piccole differenze: ad esempio i bambini non bevono quasi mai acqua, ma spesso succo di frutta o anche tè di orzo (mugicha). Anche lo svezzamento è diverso: mentre noi facciamo i "papponi" (con carne, verdure, farine e chi più ne ha più ne metta), in Giappone si tende a proporre i cibi separatamente (e ho l'impressione che questo aiuti di più i bimbi ad abituarsi ai gusti).
Un'altra cosa che mi aveva stupito è che quasi non esistono le tutine "con i piedi". Hanno questa strana abitudine di mandare i bambini a piedi nudi ovunque (che Yui ha assorbito in un battibaleno). Sostengono che in casa, con le calze, scivolano (evidentemente i calzini antiscivolo sono fermi alla dogana).
Poi c'è questa cosa inspiegabile dei bambini giapponesi quasi tutti BRAVI. Ecco, su questo devo ancora indagare.

E il mio modo di essere mamma, è cambiato? Sì, sicuramente. Ancora non riesco a essere una "mamma a tempo pieno", e almeno mentalmente penso che non lo sarò mai. Come non sarò mai una moglie giapponese (al di là delle questioni di cittadinanza), ma questo è un altro discorso.
Però mi rendo conto che faccio tante cose "alla giapponese", ad esempio giro con una borsa gigante con tutto il necessario per qualsiasi calamità, il che stupisce sempre le mie amiche italiane. Oppure mi ritrovo ad assecondare Yui per cose sulle quali quando è nata ero parecchio intransigente (una parte di me crede che il fatto che i bambini giapponesi siano "bravi" sia perché gli si lasciano fare molte cose in più, ma ancora non ne ho le prove). Ad esempio vedo che la gente se ne frega se Yui va in giro a piedi nudi e glielo lascio fare, per dire (disclaimer: solo d'estate, non in presenza di cocci, materiali taglienti vari, insetti velenosi ecc!).
In altre cose invece rimango indissolubilmente italiana: mia figlia beve acqua, ad esempio.
E tante altre cose di cui non mi rendo neanche conto perché sono naturali.

giovedì 20 ottobre 2011

Salse (titolo alternativo: di palo in frasca)

Uno scambio l'altra sera su Fb con un'amica anche lei immigrata in quel di Saitama mi ha dato l'idea per questo post. Finalmente un post culinario, un ritorno alle origini.
Salse. Ci sono tre salse che uso tantissimo per preparare piatti veloci e gustosi.
Una è la salsa yakiniku. Si tratta di una salsa che viene originariamente usata per intigere la carne cotta alla griglia secondo la moda coreana. Yakiniku significa semplicemente, appunto, "carne alla griglia" ed è un piatto di origine coreana che si mangia in ristoranti con la brace al centro della tavola. Vengono serviti piatti di carne cruda già tagliata in pezzi piccoli e sottili. Ogni commensale li cuoce, li intinge e li mangia. Così, semplificando. Comunque io ne faccio un uso un po' diverso: la utilizzo per condire i piatti di carne e verdure saltati in padella. Facile, veloce, buono. A livello di ingredienti (in Italia la preparavo in casa) troviamo brodo, salsa di soia, di pomodoro, frutta varia, sesamo, spezie varie (può infatti essere più o meno piccante).
La seconda salsa è quella per shogayaki. Anche questo è un uso improprio, perché shogayaki, letteralmente "cotto con lo zenzero", è un piatto a base di fettine di maiale cotti, indovinate, con una salsa a base di zenzero. Rispetto alla salsa per yakiniku è più delicata, io la trovo adatta a piatti a base di verdure un po' insipide (ad esempio sta benissimo con le melanzane) e ovviamente con il maiale. Ingredienti: salsa di soia, zenzero, acqua, zucchero, mirin.
La terza e più esotica salsa di cui faccio uso smodato è la salsa di ostriche. Mi dicono sia di origine cinese. Non so cosa c'è dentro (stranamente non ce l'ho neanche in casa, altrimenti avrei controllato). Puzza leggermente. E' buonissima. La morte sua è con carne di vitello, cipolle e fomaggio. Una porcata colossale.

Tutto ciò mi fa ricordare la prima volta che incontrai la salsa di ostriche. Ero in un ristorante cinese a Udine, in quegli anni ruggenti in cui giravo festival, guardavo film e mangiavo di tutto. Di solito nei ristoranti cinesi il menu è più o meno sempre lo stesso, invece in quello in cui ci trovammo quella sera c'era tutta una pagina di piatti a base di salsa di ostriche. E quella fu "la mia prima volta".

Nota: da non confondere con quell'altra sera, anni dopo, sempre a Udine ma in un altro ristorante cinese, in cui una certa persona di cui non farò il nome disse che in Giappone non sperava di trovare la sua anima gemella, ma il suo anime gemello magari sì.